AliMenti: Dipendenza da cibo, alimentazione compulsiva e desiderio di determinati cibi

A cura di Filippo M. Jacoponi

“I termini per descrivere il problema cambiano il modo di gestirlo”

Quante volte diciamo “non posso farne a meno”. Spesso il nostro modo di parlare del rapporto con il cibo equivale al rapporto con una “sostanza” che produce un “beneficio” un “premio” alla persona. La letteratura evidenzia che c’è ancora molto da scoprire sulla relazione tra cibo e organismo. Vediamo insieme alcuni contributi per provare ad orientarci sul tema.scarica-pdf

In base ad una piccola indagine sul motore di ricerca Google (nel maggio 2018) la frase “dipendenza da cibo” riporta 389.000 risultati. Nella tendina dei suggerimenti o previsioni di ricerca (le previsioni proposte si basano su alcuni fattori, ad esempio la frequenza e l’attualità dei termini di ricerca, tendenza e popolarità) troviamo associazioni con parole quali “alcol”, “obesità”, “depressione” e “dopamina”.

Questo breve test ci segnala una grande attenzione sul tema e come la stessa letteratura scientifica (qui di seguito brevemente citata) stia muovendo ipotesi attraverso diverse prospettive al fine di comprendere se il modello della “dipendenza da cibo” sia utilizzabile (o meno) ai fini del trattamento dei principali disturbi dell’alimentazione e della gestione del peso corporeo.

 

Il cibo è una “droga”?

Secondo Rogers e Smit (2010)[1], sebbene esistano alcuni punti in comune tra il mangiare e l’uso di droghe (effetti sull’umore, controllo esterno degli appetiti, rinforzo, ecc.), la stragrande maggioranza dei casi di desiderio impulsivo di cibo (auto-osservati) e di “dipendenza” alimentare non dovrebbero essere visti come un comportamento dipendente. Si attribuisce un ruolo preminente ai processi psicologici di ambivalenza e attribuzione, che operano insieme ai normali meccanismi di controllo dell’appetito, agli effetti sul piacere di determinati alimenti e alle percezioni socialmente e culturalmente determinate dall’ uso e assunzione appropriata di tali alimenti.

I cibi come il cioccolato propongono un’ambivalenza (es. “gustoso ma sfavorevole”) ovvero sono ritenuti altamente appetibili, ma dovrebbero essere consumati con moderazione. Tentare di limitare l’assunzione, tuttavia, fa sì che il desiderio di cioccolato diventi più forte, determinando il craving (desiderio impulsivo). Questo, con il fatto di dover fornire una ragione per la quale resistere al cioccolato è difficile, può, a sua volta, condurre l’individuo a una spiegazione in termini di dipendenza (ad esempio, “chocoholism” dipendenza dal cioccolato). Questa condizione che si esprime in un desiderio maggiore si verifica durante (piuttosto che in precedenza di) un episodio alimentare ed è sperimentato quando il mangiatore tenta di limitare il consumo prima che l’appetito per il cibo sia stato saziato.

“Se il cibo è una droga allora ci dobbiamo disintossicare”

Secondo Hebenbrand ed altri (2014)[2] la dipendenza da cibo “è diventata un punto focale di interesse per i ricercatori che tentano di spiegare determinati processi e/o comportamenti che possono contribuire allo sviluppo dell’obesità. Sebbene la discussione scientifica sulla “dipendenza da cibo” sia nella sua fase nascente, ha implicazioni potenzialmente importanti per le strategie di trattamento e prevenzione. Come tale, è importante riflettere criticamente sull’adeguatezza del termine “dipendenza da cibo”, che combina i concetti di “basato sulla sostanza” (substance-based) e della dipendenza di tipo comportamentale.

 

Le prove attualmente disponibili per una dipendenza da sostanze alimentari sono scarse

Gli studi sistematici clinici e traslazionali sono ancora in una fase iniziale. Tuttavia, consideriamo i dati derivanti da studi effettuati su esseri umani e animali coerenti con l’esistenza di un comportamento alimentare che crea dipendenza. Di conseguenza sottolineiamo che come per altri comportamenti, l’alimentazione può diventare una dipendenza in individui predisposti a condizione di specifiche circostanze ambientali. Gli autori segnalano l’importanza dei concetti diagnostici e neurobiologici dei disturbi da dipendenza correlati alla sostanza e non correlati alla sostanza mettendo in luce le somiglianze e le differenze tra dipendenza ed eccesso di cibo. La “dipendenza da cibo” è un termine improprio a causa dell’ambigua connotazione di un fenomeno correlato alla sostanza. Viene proposto invece il termine “dipendenza alimentare” per sottolineare la dipendenza comportamentale dal mangiare.

 

È il comportamento che “crea” la dipendenza

Il costrutto di dipendenza alimentare presuppone che gli individui vulnerabili possano sperimentare una risposta simile alla dipendenza di alcuni cibi, come quelli ricchi di grassi e carboidrati raffinati[3]. Recentemente, è stato proposto un modello alternativo alla dipendenza da cibo, suggerendo che l’atto del mangiare può essere una dipendenza comportamentale che può innescare una risposta tipo dipendenza in individui sensibili. Uno dei razionali principali per lo strutturarsi della dipendenza alimentare è che la valutazione della dipendenza da cibo si basi su indicatori di tipo comportamentale, come il consumo di maggiori quantità di cibo rispetto a quello previsto e il consumo di determinati alimenti, nonostante le conseguenze negative. Si suggerisce inoltre che la mancanza di indagini su quali alimenti e nutrienti alimentari (ad es. Zucchero) possano avere un potenziale di dipendenza è la prova che la dipendenza da cibo non è parallela a una dipendenza basata sulla sostanza e assomiglia più a una dipendenza comportamentale.

Schulte ed altri (2017) suggeriscono, invece, che la struttura di dipendenza alimentare, basata sulla sostanza (substance-based), è più appropriata della prospettiva comportamentale, della dipendenza dall’alimentazione per concettualizzare il consumo di cibo come dipendenza. Si osservano le componenti comportamentali caratteristiche di tutti i disturbi dell’uso di sostanze. Le prove preliminari suggeriscono che tutti gli alimenti non sono ugualmente associati alla dipendenza dal mangiare e che vi sono differenze tra il “fenotipo dipendenza da cibo” e la dipendenza comportamentale nel Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-5), ad es. il disturbo del gioco d’azzardo.

Benton e Young (2016)[4] hanno svolto una meta-analisi sulla relazione tra i recettori della dopamina cerebrale e l’obesità. La dipendenza da una vasta gamma di sostanze di abuso è stata suggerita per riflettere una “sindrome da carenza di ricompensa”. Ossia, si dice che le droghe stimolino i meccanismi di ricompensa in modo così intenso che, per compensare, la popolazione dei recettori D2 della dopamina (DD2R) diminuisce. Il risultato è che è necessario un maggiore apporto per sperimentare lo stesso grado di ricompensa. Senza un apporto aggiuntivo emergono i desideri impulsivi e i sintomi di astinenza. Un suggerimento è che la dipendenza da cibo, in modo simile all’abuso di droghe, diminuisca il DD2R. Il ruolo del DD2R nell’obesità è stato quindi esaminato osservando l’associazione tra indice di massa corporea (BMI) e il polimorfismo Taq1A, poiché l’allele A1 è associato a un numero inferiore del 30-40% di DD2R ed è un fattore di rischio per la tossicodipendenza. Si è concluso, però, che non esisteva alcun supporto per una teoria della deficienza (da ricompensa) della dipendenza da cibo. Al contrario, vi sono diversi rapporti che quelli con l’allele A1 sono meno in grado di beneficiare di un intervento che mira a ridurre il peso, forse un riflesso di maggiore impulsività in ambito comportamentale.

 

Il cibo, il piacere e la nostra “presunta” debolezza

Sempre Rogers (2017)[5] in questa recensione esamina i valori della “dipendenza da cibo” come spiegazione dell’eccessivo consumo di cibo (cioè, mangiare in eccesso rispetto a ciò che è necessario per mantenere un peso corporeo sano) descrivendo varie somiglianze apparenti nell’appetito di cibi e droghe. Ad esempio, gli stimoli ambientali condizionati possono suscitare il comportamento di ricerca di cibo e droga: la “brama” è un’esperienza che precede il mangiare e il consumo di droga, l’abbuffata è associata sia al mangiare che all’uso di droghe e la tolleranza condizionata e incondizionata si verifica nell’ingestione di cibo e farmaci. Questo è prevedibile, poiché le droghe che danno assuefazione attingono agli stessi processi e sistemi che si sono evoluti per motivare e controllare i comportamenti adattivi, incluso il mangiare. Tuttavia, le prove dimostrano che l’abuso di droghe ha effetti più potenti degli alimenti, in particolare per quanto riguarda i loro effetti neuro-adattativi che le rendono “ricercate”. Il binge eating è stato concettualizzato come una forma di comportamento di dipendenza, ma in questo caso (la dipendenza) non è una delle principali cause del mangiare eccessivamente: l’abbuffata ad esempio ha una prevalenza molto inferiore rispetto all’obesità. Piuttosto, si propone che l’obesità derivi dal consumo eccessivo di cibi densi di energia. Tali alimenti sono, a seconda dei casi, entrambi attraenti e (calorici per le calorie) debolmente sazianti. Limitare la loro disponibilità potrebbe parzialmente ridurre l’eccesso di cibo e di conseguenza diminuire l’obesità. Tuttavia, incolpare eccessivamente la dipendenza da cibo potrebbe essere controproducente, perché rischia di banalizzare gravi dipendenze, e perché l’attribuzione di un eccesso di alimentazione alla dipendenza da cibo implica l’incapacità di controllare il proprio mangiare.

Leigh e Morris (2018)[6] sostengono che l’aumento della prevalenza mondiale dell’obesità è parzialmente correlato alla pronta disponibilità di alimenti altamente appetibili che aumenta l’incidenza dell’alimentazione legata al piacere e alle influenze ambientali. L’ipotesi della “dipendenza da cibo” postula che l’esposizione a questi alimenti alteri i circuiti di ricompensa del cervello, portando ad un fenotipo comportamentale simile alla dipendenza dal mangiare eccessivo compulsivo

La maggior parte degli studi sull’obesità negli animali non ha misurato i comportamenti simili alla dipendenza, ma le segnalazioni di tali comportamenti sono state limitate agli esperimenti utilizzando modelli di alimentazione incontrollata. Dove esaminata, la prevalenza del comportamento simile alla dipendenza nei soggetti sovrappeso e obesi indica che il 10-25% della popolazione soddisfa i criteri del punteggio di dipendenza alimentare della scala Yale (Food Addiction Criteria). Vi è una considerevole sovrapposizione nei comportamenti ascritti alla dipendenza da cibo e al disturbo da alimentazione incontrollata, e i punteggi di dipendenza da cibo sono strettamente correlati con le misure di alimentazione incontrollata. Gli autori riportano come necessaria più ricerca negli esseri umani per determinare se la dipendenza da cibo sia comportamentalmente e neurobiologicamente distinta dal disturbo da alimentazione incontrollata.

Certi cibi sono più appetibili di altri?

In base a questi dati possiamo riassumere brevemente che le principali esplicazioni fornite sul tema della dipendenza da cibo sembrano volgere verso quelle di tipo “comportamentale”. Siamo agli inizi per ciò che riguarda la definizione di una relazione “diretta” tra il consumo di determinati cibi e lo svilupparsi di una concreta “dipendenza” da quest’ultimi. Questo non esclude quanto già conosciuto in letteratura relativamente all’effetto di alcuni nutrienti e determinati neurotrasmettitori come la serotonina responsabile della regolazione dell’umore, del sonno, della sessualità come anche dell’appetito. Il triptofano ad esempio è un amminoacido essenziale precursore della serotonina che troviamo presente in abbondanza nel cioccolato, nell’avena, banane, datteri, arachidi, latte e latticini.

Tali riflessioni hanno importanza come già segnalato in merito alle strategie di prevenzione e trattamento. Basti pensare al tema delle “dipendenze” e come quest’area sia attraversata da diversi modelli e metodologie di gestione del problema (non sempre basate sulle evidenze e la verifica empirica ma largamente utilizzate) che rischiano di depotenziare il ruolo della persona nel suo problema quindi “se ho una dipendenza non posso farci nulla”.

 

Che ruolo ho io?

Secondo una prospettiva cognitivo-comportamentale in ottica bio-psico-sociale il comportamento alimentare come l’iperfagia ad esempio è affrontabile come un deficit “appreso” sulle abilità di autoregolazione e autocontrollo dell’alimentazione. Tale modalità del soggetto, nella sua storia in rapporto con il cibo, ha lo scopo di fronteggiare le situazioni di stress e le emozioni disfunzionali. Questa prospettiva riconosce al soggetto un “certo grado” di potere sulle situazioni non dipendenti esclusivamente da fattori biologici ma anche da quelli soggettivi (cognitivo-emotivi) ed ambientali.

I metodi derivanti dalle teorie socio-cognitive dell’apprendimento (social learning theories ) hanno infatti basi sperimentali sufficientemente solide per essere proposti nella gestione dei deficit di autocontrollo dei comportamenti consumatori (es. iperfagia, tabagismo…)”.[7]

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[1] “Food Craving and Food “Addiction”: A Critical Review of the Evidence From a Biopsychosocial Perspective (2010) https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0091305700001970

[2] “Eating addiction”, rather than “food addiction”, better captures addictive-like eating behaviour (2014) https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0149763414002140

[3] A commentary on the “eating addiction” versus “food addiction” perspectives on addictive-like food consumption 2017 . https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S019566631630647X

[4] A meta-analysis of the relationship between brain dopamine receptors and obesity: a matter of changes in behavior rather than food addiction? (2016) https://www.nature.com/articles/ijo20169

[5] Food and drug addictions: Similarities and differences 2017 https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0091305717300035

[6] The role of reward circuitry and food addiction in the obesity epidemic: An update 2018 https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0301051116303763

[7] Lucio Sibilia © 2018 “Il fenomeno dell’Alcolismo e sua interpretazione CC” Centro per la Ricerca in Psicoterapia Roma

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